Due o tre cose che so sul realismo terminale

Daniele Maria Pegorari, ricordando un incontro milanese del 2010 con il poeta Guido Oldani, traccia le principali tematiche di un manifesto contemporaneo della scrittura che proprio in quei giorni prendeva forma e sostanza.

I miei appunti sul diario del 2010 non lasciano dubbi. Mercoledì 31 marzo ero invitato da Guido Oldani a presentare il mio Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008 presso la Libreria Mursia, che non esiste più, ma si trovava nel cuore di Milano, a pochi passi dal vecchio e dal nuovo Palazzo della Regione Lombardia: prima di raggiungerla, Guido mi intrattenne in una lunga chiacchierata, iniziata a tavola alle 13,30 e terminata alle 17,30 dopo una lunga passeggiata in un giardino pubblico dei paraggi. Per sottolineare la sua condivisione della mia scelta di rubricare il suo percorso poetico in un capitolo dedicato al ‘realismo del corpo’, Oldani desiderava anticiparmi l’idea che sorreggeva un saggio al quale stava attendendo proprio in quelle settimane, che avrebbe ruotato intorno al dominio degli oggetti sull’uomo contemporaneo.

Non si trattava solo di ribadire l’incidenza della civiltà industriale (sarebbe stata un’osservazione di poco peso e molto tardiva, rispetto alle posizioni del nouveau roman e della neoavanguardia, fra anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), ma di iniziare una nuova stagione di riflessione intorno all’alienazione (o disumanizzazione), in un contesto economico in cui i prodotti tecnici (gli «artefatti», ama dire il poeta milanese) non producono un effettivo miglioramento delle condizioni di vita degli individui e delle comunità, ma ingombrano lo spazio, provocando un rovesciamento di rapporti fra l’umano e l’inumano: quest’ultimo (e non solo nella sua forma materica, anzi ancor più nella variante virtuale della rete, delle app e degli algoritmi) è il nuovo principio di una cittadinanza distorta, mentre l’umano è marginalizzato, allontanato, quasi conferito in discarica, come elemento di disturbo. La regola è quella cibernetica, mentre il corpo (con le sue proprietà insopprimibili e, dunque, mai del tutto consumabili) è un’eccezione, un lusso che la nostra società pare non potersi più permettere; e dunque essa si autoassolve, declassando questa eccezione, questo lusso, al rango di uno scarto, di un rifiuto, appunto.

Quelle riflessioni, fumose quanto potevano apparire a me che ero concentrato sulla mia presentazione successiva, ma appassionate come sempre sono le proposizioni di Oldani, erano gli argomenti che avrebbero nutrito il saggio Il realismo terminale, licenziato per le stampe il 13 luglio di quello stesso 2010. L’idea che attraversa il saggio è la preoccupazione che si stia verificando un capovolgimento di prospettiva irreversibile («per sempre sarà il viceversa», scrive col suo tipico stile provocatoriamente brusco il poeta milanese): si tratta di una visione distopica della società metropolitana, nella quale l’«umanesimo» è cancellato dall’«oggettivesimo». Sia detto per inciso: neologismo per neologismo, e ruvidità per ruvidità, io suggerirei «oggettualesimo», perché il pericolo paventato dai realisti terminali non viene dall’‘oggettivo’, ma dall’‘oggettuale’.

Quel saggio di Oldani fu un sasso gettato nello stagno, cui bisogna riconoscere una grande tempestività, se si pensa che solo pochi mesi prima era apparso un saggio di Remo Bodei (La vita delle cose, 2009) che proponeva – in modo peraltro ancora molto embrionale e più suggestivo che persuasivo – la distinzione fra gli «oggetti» come «merci in quanto semplici valori d’uso e di scambio o espressione di status symbol», e le «cose» su cui «individui, società e storia» esercitano un investimento affettivo, concettuale e simbolico che non li vede passivi, ma attivi elaboratori di opzioni. Per giunta, l’ambizione di Oldani di ridefinire il realismo precedeva di quasi due anni il Manifesto del nuovo realismo (2012) di Maurizio Ferraris, e di tre e più anni i bei libri di un altro filosofo torinese, Gianluca Cuozzo, per il quale la spazzatura (sì, proprio la spazzatura) diviene il cuore di una teoria della realtà e muove la sua contestazione della società contemporanea (Filosofia delle cose ultime, 2013; Utopie e realtà, 2015; La filosofia che serve, 2017). Da quel folgorante pamphlet di Guido nasceva un intenso attivismo, fatto di conferenze in giro per il mondo, gesti dimostrativi e, soprattutto, una ‘chiamata alle armi’ pacifiche della letteratura che ha visto come primo sodale Giuseppe Langella, ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica e poeta anch’egli, che insieme con Oldani ha realizzato nel 2012 la tavola rotonda cagliaritana La faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e realismo terminale e il successivo Manifesto breve (presentato al Salone del libro di Torino nel 2014), curando poi la prima antologia dei poeti realistico-terminali (Luci di posizione, 2017).

Intorno ai due ‘dioscuri’ del Realismo terminale si va sviluppando ormai a macchia d’olio una rete di iniziative che travalicano anche i limiti della scrittura, per attestarsi nel campo delle arti visive e performative. È attesa per i prossimi mesi – doverosamente – anche la prima antologia dei racconti realistico-terminali, a cura di chi scrive questa breve memoria, con un significativo allargamento geografico degli aderenti al manifesto: se probabilmente una poetica distopica come questa non poteva che nascere nella città italiana dallo sviluppo più schizofrenico e alienante (non a caso Laura Pariani – e proprio nel 2010 – titolava un suo romanzo Milano è una selva oscura), le tragedie dell’«accatastamento dei popoli», del disordine urbano, della ghettizzazione degli ultimi – da una parte – e della regolazione tecnocratica delle vite, della virtualizzazione delle relazioni e delle nuove mitografie dell’uomo vincente – dall’altra – non risparmiano nessun luogo dell’Occidente e, forse, del mondo. Probabilmente, trentasette anni fa, aveva visto giusto Blade runner: nel 2019 i più umani sarebbero stati gli androidi.



Daniele Maria Pegorari, critico militante, professore di italianistica nell’Università di Bari ed editor scientifico di «incroci», di «Dante» e di Stilo editrice.
Tra i suoi libri più recenti: Il codice Dante. Cruces della ‘Commedia’ e intertestualità novecentesche (Stilo, 2012), Umberto Eco e l’onesta finzione. Il romanzo come critica della post-realtà (Stilo, 2016), Letteratura liquida. Sei lezioni sulla crisi della modernità (Manni, 2018).


Approfondimenti:
Il manifesto del realismo terminale.