Un racconto perfetto

In Profezia di Sandro Veronesi una tecnica di scrittura basata sull’allontanamento dello scrittore dalla sua biografia si fa portatrice di significato e crea empatia col lettore.

Ho appena finito di rileggere per l’ennesima volta il racconto Profezia che apre la raccolta Baci scagliati altrove di Sandro Veronesi pubblicata nel 2011 da Fandango Libri. Tutte le volte che le rileggo, queste venti pagine (ad occhio poco meno di 36000 battute), mi turbano molto sia come uomo che come scrittore perché forma e contenuto, nella loro natura estrema, riescono a coincidere e a provocare sommovimenti interiori che hanno a che fare con la natura umana più profonda e ancestrale.

Per quanto affermarlo possa sembrare azzardato io sono convinto che Profezia sia un esempio di racconto perfetto.

Eccolo qui letto dall’autore:

Sandro Veronesi legge Profezia.
Fonte: http://www.letteratura.rai.it/articoli/sandro-veronesi-legge-profezia/2761/default.aspx

È molto difficile analizzare tecnicamente questo racconto perché, almeno per me, è impossibile leggerlo tecnicamente: la potenza della scrittura è tale che, per quanto mi sforzi, non riesco a non lasciarmi coinvolgere sentimentalmente dal testo. Eppure questa potenza è il risultato di una scrittura tecnicamente ineccepibile e di alcune scelte formali abbastanza estreme e molto interessanti:

Il racconto è scritto in seconda persona al futuro, proprio come ci si aspetterebbe da una profezia, eppure della profezia ha ben poco. Innanzitutto l’oracolo dichiara sin dalle prime parole che la persona a cui sta rivelando la sua profezia è se stesso.

«Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l'animo tuo, e ti dico che ti adopererai e ti industrierai affinché tuo padre non muoia in un letto d'ospedale bensì, secondo le sue volontà, nel suo, nel cuore della sua dimora, al primo piano della palazzina razionalista di via Bruno Buozzi 3 in Prato, da lui stesso progettata nel 1968, dove sei stato ragazzo.»

Il narratore e il protagonista coincidono ed entrambi sono lo scrittore, ma lo scrittore-narratore che tutti conosciamo come Sandro, chiama il suo personaggio Alessandro (immagino il suo nome all’anagrafe) instaurando con lui immediatamente un rapporto intimo, familiare, ma contemporaneamente operando un allontanamento, un distacco quasi burocratico rafforzato da espressioni come «secondo le sue volontà», «palazzina razionalista di via Bruno Buozzi 3 in Prato».
Con un procedimento molto simile a quello usato da Annie Ernaux in Memoria di ragazza (di cui ho già scritto qui) una leggera variazione del nome distingue lo scrittore-narratore dallo scrittore-narrato ma, se in Ernaux il gioco della narrazione del proprio passato è scoperto fino a diventare l’oggetto stesso del romanzo, in Veronesi la costruzione formale della finzione narrativa si spinge fino a sfiorare l’iperrealismo: lo scrittore Sandro ha già vissuto ciò che il suo personaggio Alessandro sta per vivere e quindi gli racconta quello che inevitabilmente succederà.
L’oracolo ha, quindi, gioco facile nel formulare la sua profezia visto che l’ha già vissuta: l’ineluttabilità è il tema nonché il fine della profezia.

Ciò che rende straordinario questo racconto non è, tuttavia, solo l’acrobazia tecnica di venti pagine in seconda persona al futuro e con una punteggiatura ardita (se li ho contati bene quattro punti nelle prime due pagine più uno a fine racconto), ma l’intensità emotiva che una scelta tecnica così estrema riesce a veicolare. Dopo il primo paragrafo ci dimentichiamo della seconda persona, del futuro, della tecnica e veniamo catapultati nel dramma di un uomo che deve occuparsi del corpo di un padre che precipita verso la dolorosa agonia di un tumore allo stadio terminale. La scrittura e il suo scrittore, nonostante stiano dando una prova esemplare della propria abilità, fanno ciò che devono fare: scompaiono. Come direbbe Vargas Llosa l’imbroglio va a buon fine, la finzione che è il racconto della realtà, anche di quella più stringente e reale – la propria vita – funziona, e il lettore è rapito, ingabbiato.

La tecnica, in sostanza, si fa portavoce del contenuto: lo scrittore usa la scrittura per allontanarsi emotivamente dal dolore e, così facendo, trasmette al lettore la sua incapacità di rivivere quei momenti se non attraverso un espediente linguistico che separi lo scrittore dall’uomo che ha provato quel dolore. Paradossalmente è proprio questa manifesta incapacità dello scrittore di scrivere di se stesso in prima persona che crea empatia e porta il lettore a credere nella finzione letteraria. Come il sorriso di Joker, il tu al futuro di Veronesi sfoggia il dolore mascherandolo.

Ho fatto una prova: ho riscritto l’incipit del racconto privandolo del tu al futuro e del tono profetico. Vediamo che succede (in corsivo le parole che ho cambiato):

«Mi chiamo Sandro Veronesi e, per mia natura d'animo, mi sono adoperato e industriato, affinché mio padre non morisse in un letto d'ospedale bensì, secondo le sue volontà, nel suo, nel cuore della sua dimora, al primo piano della palazzina razionalista di via Bruno Buozzi 3 a Prato, da lui stesso progettata nel 1968, dove sono stato ragazzo.»

Mi pare abbastanza evidente come, pur conservando gran parte del testo intatto, l’incipit perda di forza empatica, suoni già vagamente patetico e paradossalmente più costruito.

Per concludere, io non posso sapere quanto la scelta stilistica di Sandro Veronesi sia stata studiata a tavolino prima della scrittura o, come personalmente credo, sia una scelta istintiva da grande scrittore, ma so che in ogni caso Veronesi ha raccontato il dolore e l’ineluttabilità di alcuni momenti della vita e ci è riuscito così bene perché ha reso la tecnica portatrice di significato e non solo di forma.

Sandro Veronesi
Profezia
in Baci scagliati altrove
Fandango Libri – 2011