Il personaggio narratore in Annie Ernaux

I romanzi di Annie Ernaux sono un’unica opera in fieri che, a partire dal racconto di esperienze di vita personali, si concentra sulla possibilità della ricerca di una memoria che restituisca il passato com’era quando era presente e prima che venisse “romanzato” dalla memoria. Le sue tecniche di scrittura e in particolare il ruolo del personaggio narratore sono parte integrante di questa ricerca di realtà all’interno della finzione insita nella forma romanzo.

Scrivo questa scena per la prima volta. Fino a oggi mi era sempre sembrato impossibile, persino nel mio diario. Come fosse un gesto proibito che avrebbe comportato una punizione. Forse quella di non poter mai più scrivere, dopo. (Poco fa, una sorta di sollievo nel constatare che invece ho continuato a scrivere, non è accaduto niente di terribile.) Ho persino l'impressione, ora che sono riuscita a raccontare di quella domenica, che si tratti di un episodio banale, più frequente nelle famiglie di quanto non avessi immaginato. Forse la narrazione, ogni narrazione, rende normale qualunque gesto, persino il più drammatico. 

Annie Ernaux
La vergona
Traduzione di Lorenzo Flabbi
(L'orma editore, 2018)

Ernaux scrive queste righe subito dopo aver raccontato un episodio drammatico della sua infanzia: durante una lite coniugale suo padre aveva tentato di uccidere sua madre. Per chi non la conoscesse, la scrittura di Ernaux travalica il realismo senza mai diventare iper-realista e il passaggio sopra riportato è uno degli esempi più chiari di come la scrittrice francese riesca a raccontare avvenimenti più o meno comuni della sua biografia contrastando la naturale tendenza della forma romanzo e della forma racconto a trasformare la realtà in finzione. I libri di Ernaux sono una guerra costante tra il racconto della realtà e la dichiarazione di impossibilità del racconto della realtà. Ciò che leggiamo nei suoi libri è, apparentemente, l’ammissione di inadeguatezza della scrittrice di fronte alla possibilità di raccontare la propria vita passata, ma, in realtà, ciò che Ernaux ci racconta è esattamente ciò che dichiara continuamente di non poter raccontare: la propria vita.

È la prima volta che rievoco quella notte tra il 16 e il 17 agosto 1958 provando una profonda soddisfazione. Mi sembra di non potermi avvicinare alla realtà più di così. Una realtà che non era né l'orrore né la vergogna. Solo l'obbedienza a ciò che accade, l'assenza di significato di ciò che accade. Non posso spingermi oltre in questa sorta di migrazione volontaria in quello che era il mio essere a neanche diciott'anni, nella sua ignoranza di ciò che succederà poi, di quella domenica che sta per cominciare. 

Annie Ernaux
Memoria di ragazza
Traduzione di Lorenzo Flabbi (L'orma editore, 2017)

Dunque il narratore e il personaggio protagonista, in una scrittura così fatta, non coincidono pur essendo la stessa persona. In più il narratore da un lato rivendica di conoscere ciò che il personaggio non sa, per esempio cosa succederà nella scena che stiamo per leggere, dall’altro afferma di non poter essere a pieno il personaggio, perché per esserlo davvero dovrebbe ignorare ciò che sta per succedere: il futuro del personaggio è il passato del narratore, la medesima storia, la medesima vita ma con diversa consapevolezza. Ma allora chi è il narratore se non a sua volta un personaggio: lo scrittore che non riesce a scrivere un libro che in realtà ha scritto, corretto, pubblicato?
Proprio in Memoria di ragazza, Ernaux utilizza una tecnica molto interessante. Sdoppia se stessa in due personaggi distinti: Annie Ernaux è il narratore incapace che, in prima persona, dichiara di non riuscire a raccontare il suo personaggio Annie Duchesne (cioè col suo cognome da ragazza, prima del matrimonio) di cui scrive in terza persona.

Stando così le cose, devo forse fondere la ragazza del '58 e la donna del 2014 in un «io»? Oppure, cosa che mi parrebbe non più giusta - valutazione soggettiva - ma più avventurosa, devo dissociare la prima dalla seconda utilizzando un «lei» e un «io», così da spingermi il più lontano possibile nell'esposizione dei fatti e delle azioni? E il più crudelmente possibile, come coloro che ascoltiamo dietro una porta mentre parlano di noi dicendo «lei» o «lui» e in quel momento ci sentiamo morire. 

Annie Ernaux
Memoria di ragazza

La tecnica di Ernaux, quindi, non solo è consapevole ma apertamente dichiarata al lettore nelle prime pagine del libro.
Rompendo continuamente il patto sacro tra scrittore e lettore, interrompendo la sospensione dell’incredulità Ernaux ne crea una nuova: il lettore viene portato abilmente a credere che l’estrema sincerità della scrittrice che dichiara le sue tecniche di scrittura, i suoi dubbi nella stesura del testo narrativo, le sue ricerche di vecchie lettere scritte davvero dal suo personaggio Annie Duchesne, sia una prova incontrovertibile di verità, che il romanzo che sta leggendo non sia una finzione come tutti gli altri romanzi e che il narratore, l’io narrante, non sia un personaggio.
L’effetto di realismo ottenuto da Ernaux con questa tecnica è davvero molto potente. Mentre leggiamo siamo accanto alla scrittrice nell’atto della scrittura e non ci rendiamo conto che la sospensione dell’incredulità non è stata mai violata, ma abilmente spostata su un altro piano. Stiamo leggendo un romanzo che racconta la ricerca del sé nel passato, un’opera unica che percorre tutti i libri di Ernaux, e che trova in questo continuo confronto tra il presente e il passato la magia a cui nessuna narrazione, per quanto realistica, può sottrarsi davvero.
Memoria di ragazza è un romanzo con una struttura molto solida nonostante appaia come un libro fatto di appunti e riflessioni. Per esempio il romanzo, come detto, si apre con lo sdoppiamento della scrittrice in due personaggi che hanno lo stesso nome ma diversi cognomi e si conclude con un ricongiungimento: nelle ultime pagine Annie Duchesne, la protagonista, parla in prima persona per raccontare in pochissime righe il suo incontro con Philippe Ernaux, che sarebbe diventato suo marito e di cui avrebbe preso il cognome, diventando così il personaggio narratore. Un ricongiungimento di quell’io sdoppiato a inizio romanzo, un ritorno della protagonista nella narratrice, non certo di entrambi i personaggi nella scrittrice.

Durante l'estate 1963, quella dei miei ventitré anni, [...] la prova della mia verginità biologica è stata inconfutabile. Sapevo solo il suo nome, Philippe. Nella prima lettera che mi ha inviato ho letto il suo cognome, Ernaux, [...]. 

Annie Ernaux
Memoria di ragazza

E poco dopo, concludendo il romanzo:

Sono andata avanti nella scrittura di questo testo senza voltarmi. Ho come l'impressione che tutto si sarebbe potuto scrivere in un altro modo, ad esempio come una relazione di fatti puri e semplici. Oppure a partire dai dettagli [...]. È la mancanza di senso di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive che moltiplica le possibilità di scrittura. Il ricordo di ciò che ho scritto già si cancella. Non so cosa sia questo testo. Persino quello che inseguivo scrivendo il libro si è dissolto. Tra le mie carte ho ritrovato questo appunto, una sorta di dichiarazione di intenti: Esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto. 

Annie Ernaux
Memoria di ragazza

Direi che questa dichiarazione di intenti che chiude il libro (ma non il romanzo che libro dopo libro Ernaux sta scrivendo) sia l’atto più estremo del gioco che la scrittrice fa con i due personaggi che la raccontano. Il baratro di cui parla è lo stesso che si esplora ogni volta che si racconta una storia, quello tra la sconcertante e infinitamente complessa realtà e la strana irrealtà che ammanta ogni scrittura narrativa.
Credo che l’ambizione di ogni narratore sia occultare questo baratro agli occhi del lettore attraverso il trompe l’oeil della scrittura e che costruire un personaggio narratore coerente con sé stesso sia una buona parte del lavoro per ottenere quella irrealtà credibile che deve essere ogni buon romanzo.
Il mestiere del narratore è costruire un ponte di parole tra «la sconcertante realtà» del presente (o del reale) e «la strana irrealtà» del passato (o del fantastico) offrendo al lettore una struttura solida, perché il ponte non vacilli sotto i suoi piedi, e la mano fidata di un narratore che lo conduca passeggiando da una parte all’altra di quel baratro.


Per approfondire:
Intervista di Giovanni Turi a Lorenzo Flabbi, traduttore di Annie Ernaux per L’orma Editore, su Vita da editor