Materia Poetica

Alessandro Cafarelli presenta un testo di Wallace Stevens su poesia e realtà.

In appendice ad Aurore d’autunno, ultima raccolta del poeta statunitense Wallace Stevens, troviamo questa breve raccolta di aforismi. Non si tratta di un manuale di tecnica poetica tout court, bensì di una serie di osservazioni sulle basi della scrittura poetica.

Con uno stile “sinfonico”, che presenta un tema per poi ritornarci in seguito, Stevens presenta la sua visione. La poesia, secondo lui, è sì qualcosa di irrazionale, ma non è mai completamente staccata dalla realtà. Bisogna partire dalla realtà, dall’esperienza, per ricrearle, utilizzando qualunque materiale presente in esse. Il poeta scopre, non inventa né aggiunge niente al reale. Il vero punto di partenza della poesia è la prosa, dopodiché si procede con una combinazione di pensiero e sensibilità.

Quello che Stevens si propone è di rovesciare il rapporto tra vita e letteratura grazie a un processo di ridisegno della realtà: senza negarla, ma indagandola, e trovandovi ciò che prima non era mai stato trovato.

Wallace Stevens
Materia Poetica
in Aurore d’autunno
Adelphi – 2014
pp. 267-273
traduzione di Nadia Fusini

Due o tre cose che so sul realismo terminale

Daniele Maria Pegorari, ricordando un incontro milanese del 2010 con il poeta Guido Oldani, traccia le principali tematiche di un manifesto contemporaneo della scrittura che proprio in quei giorni prendeva forma e sostanza.

I miei appunti sul diario del 2010 non lasciano dubbi. Mercoledì 31 marzo ero invitato da Guido Oldani a presentare il mio Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008 presso la Libreria Mursia, che non esiste più, ma si trovava nel cuore di Milano, a pochi passi dal vecchio e dal nuovo Palazzo della Regione Lombardia: prima di raggiungerla, Guido mi intrattenne in una lunga chiacchierata, iniziata a tavola alle 13,30 e terminata alle 17,30 dopo una lunga passeggiata in un giardino pubblico dei paraggi. Per sottolineare la sua condivisione della mia scelta di rubricare il suo percorso poetico in un capitolo dedicato al ‘realismo del corpo’, Oldani desiderava anticiparmi l’idea che sorreggeva un saggio al quale stava attendendo proprio in quelle settimane, che avrebbe ruotato intorno al dominio degli oggetti sull’uomo contemporaneo.

Non si trattava solo di ribadire l’incidenza della civiltà industriale (sarebbe stata un’osservazione di poco peso e molto tardiva, rispetto alle posizioni del nouveau roman e della neoavanguardia, fra anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), ma di iniziare una nuova stagione di riflessione intorno all’alienazione (o disumanizzazione), in un contesto economico in cui i prodotti tecnici (gli «artefatti», ama dire il poeta milanese) non producono un effettivo miglioramento delle condizioni di vita degli individui e delle comunità, ma ingombrano lo spazio, provocando un rovesciamento di rapporti fra l’umano e l’inumano: quest’ultimo (e non solo nella sua forma materica, anzi ancor più nella variante virtuale della rete, delle app e degli algoritmi) è il nuovo principio di una cittadinanza distorta, mentre l’umano è marginalizzato, allontanato, quasi conferito in discarica, come elemento di disturbo. La regola è quella cibernetica, mentre il corpo (con le sue proprietà insopprimibili e, dunque, mai del tutto consumabili) è un’eccezione, un lusso che la nostra società pare non potersi più permettere; e dunque essa si autoassolve, declassando questa eccezione, questo lusso, al rango di uno scarto, di un rifiuto, appunto.

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Spazi metrici

Alessandro Cafarelli presenta un testo di Amelia Rosselli su lingua e musica nella scrittura poetica

Amelia Rosselli ha rinnovato potentemente la poesia italiana, accompagnando alla pratica una riflessione teorica tanto affascinante quanto ardua. In questo scritto, originariamente pubblicato in allegato alla prima raccolta di versi della scrittrice, Amelia Rosselli sviluppa una problematica della scrittura poetica che intreccia strettamente lingua e musica.

La sillaba è il punto di partenza, una particella del ritmo poetico che riproduce il ritmo del pensiero ed a sua volta si adatta allo spazio del foglio su cui la poesia viene scritta. Ogni parola viene valorizzata e può essere usata a inizio o fine verso, isolando graficamente una frase e sezionando così il pensiero in una serie di “gradini” che ne influenzano la ricostruzione logica. Ogni parola è un’idea, non un oggetto; e il periodo finale è un’esposizione di una serie di idee, dinamiche ed inconsce.

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